Il Commento

1. Primo manifesto del liberalsocialismo

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Come ricorda Guido Calogero, il Manifesto del liberalsocialismo, qui riprodotto integralmente, riassumeva le discussioni e i dibattiti avvenuti fra il 1938 e il 1940 sulla libertà e la giustizia sociale. Quelle discussioni si erano svolte a Roma, a Pisa, a Firenze e vi avevano partecipato molti dei futuri protagonisti della vita politica e culturale italiana degli anni Cinquanta e Sessanta: Piero Calamandrei, Mario Delle Piane, Tristano Codignola, Carlo Ragghianti, Paolo Bufalini e molti altri. Incaricandosi di redigere un testo di sintesi, Calogero intendeva offrire uno strumento di divulgazione e mobilitazione, che peraltro, come illustrato più avanti, avrebbe potuto andare alle stampe soltanto nel ’45, all’interno di un volume, intitolato Difesa del liberalsocialismo e arricchito con altri saggi e interventi dell’autore.
Quando si affronta il tema del liberalsocialismo, è inevitabile il riferimento al socialismo liberale di Carlo Rosselli, ma parlare di continuità tra i due movimenti non è corretto. Mentre infatti il socialismo liberale, nella visione rosselliana, esercitò una profonda influenza sulla storia del socialismo italiano attraverso un programma ampio e complesso che si sviluppava su vari piani, dall’economia alla ristrutturazione dello stato, al ruolo delle masse, al problema dell’unificazione europea, per parte sua il liberalsocialismo fu «un movimento di opinione, una organizzazione per la propaganda ed il chiarimento delle idee», come affermava lo stesso Calogero nell’edizione del ’45.
Peraltro, la definizione di Calogero era certamente riduttiva. In realtà, al di là della maggiore o minore capacità di influire sul movimento operaio italiano, la questione era più complessa. Partendo da una base prevalentemente filosofica e giuridica, il liberalsocialismo di Calogero si proponeva di rinnovare e radicare più diffusamente nella società il liberalismo italiano, tentando di conciliare l’esigenza crociana di libertà, intesa come valore etico–politico universale, e dunque apparentemente astratto, con il bisogno di giustizia sociale. Pertanto esso cercava di offrire una soluzione prima di tutto filosofica, politica e giuridico–istituzionale ai presunti di limiti di Croce. Viceversa il socialismo liberale di Carlo Rosselli, nel giudizio di Calogero, «nella più precisa determinazione della sua idea, prospettava la questione prevalentemente sul piano economico, facendo vedere i vantaggi della sintesi di un’economia socialista, o meglio, di un sistema produttivo basato sull’iniziativa individuale e di un sistema produttivo variamente collettivizzato». «A questo modo, però – proseguiva Calogero – il problema della sintesi della libertà politica e della giustizia sociale si trasferiva sul solo terreno dell’economia, trasformandosi nel più ristretto quesito della composizione di strutture liberistiche e di strutture socialistiche dell’organismo produttivo».[1]
Non c’è dubbio dunque che per Calogero il liberalsocialismo intendesse rappresentare una sintesi ideale e teorica, prima ancora di una proposta concreta e operativa. Un’aspirazione, la sua, riassunta da Norberto Bobbio sulla Stampa del 21 dicembre 2001 nel modo seguente: «La ricerca di Calogero di coniugare le due universali aspirazioni di libertà ed eguaglianza fu continua e sostanziata da uno spirito che, in fondo in fondo, sembra richiamare – anche se in un contesto laico – la lezione evangelica. Una tendenza questa che si può rinvenire del resto anche in alcuni autori del laburismo inglese, esperienza politica alla quale, come accennato, Calogero guardava come fondamentale riferimento per le sorti della nostra democrazia e, in particolare, della sinistra».
Come accennato, Il Manifesto del liberalsocialismo era il risultato di una lunga fase di formazione durante la quale si svolsero discussioni, convegni e incontri, non solo fra uomini di cultura affine, ma anche con esponenti di altre correnti politiche e intellettuali dell’antifascismo. Tale contributo della cultura dell’epoca fu certamente di fondamentale importanza per la definizione dell’ideologia e del programma del movimento. Tuttavia la collaborazione più intensa di tutte quella tra Calogero e Aldo Capitini.
I rapporti con Capitini risalivano al comune impegno antifascista alla Normale di Pisa e «tra i due esisteva – come riassume Giovanni De Luna – una quasi perfetta complementarietà»[2]. Calogero e Capitini fin dal 1937 avevano pensato di precisare programmaticamente il loro impegno educativo verso l’antifascismo, individuando nell’incontro tra liberali e socialisti il modo migliore per orientare le coscienze dei giovani.
Il Manifesto dunque rispondeva anche all’esigenza di definire ideologia e programma del movimento liberalsocialista.
La storia della redazione di tale documento programmatico ci è stata raccontata dallo stesso Calogero nell’edizione del ’45. Come si evince da una nota a piè di pagina, una prima bozza del Manifesto fu redatta da Tommaso Fiore[3] agli inizi del 1940. La stesura definitiva fu realizzata in quel di Roma, durante una riunione tenutasi in un piccolo centro della costa laziale, Pratica di Mare, precisamente il 21 aprile 1940. All’incontro erano presenti Wolf Giusti, Giacinto Cardona, Paolo Bufalini ed altri. Il Manifesto fu successivamente rielaborato durante l’estate e le trascrizioni del testo, che recava il titolo di Note sul concetto di stato, girarono clandestinamente per tutta l’Italia. Nel 1945 risultavano essere rimaste due sole copie, in quanto, in seguito agli arresti che seguirono subito dopo il 1940, le varie riproduzioni circolanti erano state distrutte dagli stessi aderenti al movimento perché non cadessero nelle mani della polizia, e per alcuni anni non se ne seppe più nulla [4]. Un testimone di quei giorni, Giulio Butticci, avrebbe scritto molti anni dopo a proposito dell’arresto dello stesso Calogero: «fu mandato in Abruzzo, a Scanno, dove, nell’agosto, lo andai a trovare per comunicargli un’ultima redazione del Manifesto che, per precauzione, avevo mandata a memoria, nel caso che io potessi in qualche modo venire intercettato dalla polizia»[5]. Solo nel 1945 il Manifesto del liberalsocialismo sarebbe stato definitivamente pubblicato, come “documento inedito”, nella già ricordata Difesa del Liberalsocialismo di Guido Calogero.
Il documento è suddiviso in dodici paragrafi e, pur non nominando mai la parola “fascismo” per ragioni di prudenza, delinea i principi e la struttura di un nuovo stato democratico totalmente opposto a quello fascista, uno stato non contaminato dal virus del nazionalismo e nel quale anche lo spirito europeo nasce da un necessario sincretismo tra liberalismo e socialismo.
I paragrafi undici e dodici sono dedicati alla politica estera del nuovo stato, con un approccio che è quello che a nostro avviso risente maggiormente di uno degli elementi più innovativi del socialismo liberale di Rosselli: la critica alla concezione nazionale e nazionalistica del mondo. Come aveva già fatto Rosselli nel 1935, Calogero supera la concezione politica legata allo stato nazionale in vista di un progetto di respiro internazionale: «[…] Il liberalsocialismo ispirerà di conseguenza la sua politica estera agli ideali della solidarietà internazionale, propugnando il rafforzamento e l’instaurazione di tutto ciò che possa contribuire a rinvigorirla (disarmo, federazione europea, organismi giurisdizionali e mezzi di coercizione per l’attuazione del diritto internazionale). […] il liberalsocialismo non si considera ristretto entro i confini del proprio stato. Esso auspica quindi la formazione di una comunità internazionale, composta di tutti coloro che, in qualsiasi nazione, ne condividano la teoria e gli ideali. Questa Internazionale, che, sulla pianta della libertà che non deve morire negli animi e nelle attuazioni, inserisce un rinnovamento morale ed un rinnovamento sociale, tende a realizzare una civiltà la quale, svolgendosi, dà origine nel suo ambito a varie correnti e a vari atteggiamenti, e prova così la propria complessità e fecondità storica».
Come si può notare, nel Manifesto non c’è ancora una elaborazione di ampio respiro sulla sovranità nazionale, ma appare evidente un bisogno di rinnovamento morale e di riorganizzazione internazionale su nuove basi. Nel ’40 la guerra era ormai una realtà e si imponeva una nuova visione degli equilibri mondiali, non più incentrati sui rapporti di forza, ma su alcuni organismi sovranazionali capaci di imporre regole uguali per tutti.
Non c’è in Calogero e Capitini, così come non c’era in Rosselli, l’idea forte, l’interpretazione rivoluzionaria dei federalisti di Ventotene, secondo la quale solo abbattendo lo stato nazionale a sovranità assoluta si potesse arrivare ad una federazione europea e che il fascismo non era altro che il prodotto della crisi del sistema europeo degli stati sovrani. Tuttavia era già presente l’idea che la ricostruzione europea si dovesse fondare su basi nuove nelle quali la sovranità statale avrebbe dovuto avere un peso minore rispetto al passato.

Nota sulla fonte: le prime pagine del Manifesto furono stampate nel 1944 sul n. 1, 1944 dell’edizione di Giustizia e Libertà di Palermo, con un commento di Giovanni Guaita. Nel ’45, il volume Difesa del liberalsocialismo, pubblicato a Roma, come si è detto, da Calogero, conteneva la versione integrale del Manifesto, insieme al Secondo Manifesto, scritto poco dopo il primo ( in pratica una sintesi molto breve per renderne più facile la diffusione) ed altri saggi. Infine, nel 1972, il Manifesto fu pubblicato nuovamente nella seconda edizione di Difesa del liberalsocialismo, edito a Milano con un’interessante introduzione di Michele Schiavone e Dino Cofrancesco. Il testo originale al momento risulta irreperibile. La fonte riprodotta è consultabile presso la Biblioteca di Storia moderna e contemporanea di Roma.

 

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[1] Guido Calogero, Difesa del liberalsocialismo, Roma 1945, p. 64

[2] Giovanni De Luna, Storia del Partito d’Azione 1942–1947, Roma, 1997, p. 6

[3] Tommaso Fiore era nato ad Altamura nel 1884, Anche lui aveva fatto studi classici presso l’Università di Pisa, fu un convinto antifascista e studiò a fondo le condizioni del Mezzogiorno trovando nel socialismo liberale lo strumento più efficace contro il centralismo statale che egli considerava una delle cause maggiori dei mali del Mezzogiorno d’Italia.

[4] cfr. Guido Calogero, Difesa del …, op. cit.

[5] Giulio Butticci, Dal Risorgimento al Partito d’Azione, ricordi e cronache di un quarantennio, 1980, p. 1989

 

Pagina modificata Thursday 23 October 2008