Il Commento

4. Gli Stati Uniti d’Europa e le varie tendenze politiche

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La concezione dello stato nazionale fondata sul principio della sovranità assoluta è il filo rosso che lega le tre tendenze politiche dominanti del Novecento: quella dello stato-potenza, quella democratica e, per certi aspetti, quella comunista, le quali, per quanto diverse, finiscono tutte e tre per accettare l’anarchia internazionale come naturale specificità della vita politica europea. Al contrario, per Spinelli, l’anarchia internazionale non solo non è una condizione naturale, ma costituisce la vera causa della catastrofe europea della sua epoca. Pertanto esso va eliminata alla radice attraverso la creazione di istituzioni sovranazionali, quali, in primo luogo, la federazione europea, che diventa a questo punto l’obiettivo irrinunciabile di ogni forza realmente innovatrice,

Questo è il pensiero, accompagnato da un progetto rivoluzionario, che guida l’analisi e la proposta politica di Spinelli nel saggio in esame, all’interno del quale egli passa in rassegna le tre diverse tendenze, individuandone, per così dire, il comune peccato originale. Per quanto riguarda la prima, essa finisce per trasformare le rivalità fra le potenze, proprie della condizione di anarchia tradizionale, in una sorta di darwinismo fra gli stati nazione spinto fino al punto da giustificare il mito della superiorità razziale e il diritto di alcuni popoli ad asservire gli altri.

Per quanto riguarda l’ideologia democratica, Spinelli rifiuta un altro l’assunto dato per scontato dai più , quello secondo il quale la causa delle guerre, in un sistema sostanzialmente sano come quello democratico, sia da ricercare in alcune minoranze sovvertitrici. In base a tale assunto, argomentava Spinelli, i leader democratici, da lui definiti “restauratori democratici ”, si preparavano a ricostruire dopo la guerra gli stati nazionali di un tempo, mantenendo intatta, almeno formalmente, la sovranità e dedicandosi essenzialmente alla politica interna. La pace internazionale, infatti, era data sostanzialmente per scontata. L’unica concessione alla politica estera e agli ideali della democrazia internazionale sarebbe stata una nuova Società della Nazioni, cioè un’istituzione di fatto solo simbolica, priva di qualsiasi forza effettiva e incapace di eliminare il minimo “briciolo ” della loro sovranità […].

In sostanza, concludeva Spinelli, la restaurazione democratica sarebbe rimasta prigioniera dell’intoccabilità dello stato nazionale, dimostrando così di essere assolutamente incapace di ispirare l’operosità occorrente e liberare l’umanità dagli errori in cui si dibatteva. Peraltro il giudizio più significativo formulato da Spinelli riguardava proprio il fondamento dello stato democratico, ossia la sovranità popolare. L’autore, infatti, mutuando talune argomentazioni dalla critica leninista alla democrazia, mostrava di attribuire alla leadership politica un ruolo di guida non condizionato dagli orientamenti dei propri seguaci o dalla massa degli elettori, bensì capace di indicare, se non addirittura di imporre a costoro la soluzione ai problemi politici fondamentali. Salvo naturalmente essere sconfessati dalle masse in caso di errore.

All’aberrazione del nazionalismo, invece, si era inizialmente opposto il comunismo, il quale aveva idealmente inalberato la bandiera dell’internazionalismo. Tuttavia, secondo Spinelli, sarebbe stata proprio la politica economica collettivista a condannare il sistema comunista a mantenersi in un ambito prettamente nazionale, con il pericolo di tensioni con gli altri stati per una serie di intuibili ragioni: dal persistere delle differenze nazionali di cui da secoli è intessuta la vita europea ai contrasti per la delimitazione dei confini nelle zone di popolazione mista, al bisogno di ogni comunità nazionale avere uno sbocco indipendente sul mare, ecc. In definitiva, anche fra gli stati socialisti, per esempio fra uno stato stalinista e uno trotzkista, non sarebbe stato facile assicurare una pacifica convivenza.

Tutte le tendenze politiche tradizionali perdevano di vista, insomma, i problemi che le società moderne nel loro insieme ponevano, in quanto imprigionate nella dimensione nazionale. Pertanto la soluzione federalista appariva dunque l’unica in grado di risolvere radicalmente il problema dell’ordine internazionale. Sotto questo profilo, almeno in questa fase, essa finiva per porsi in concorrenza con lo stesso internazionalismo marxista, in quanto atto rivoluzionario finalizzato alla conquista immediata del potere europeo al termine della guerra.

Nota sulla fonte: il saggio Gli Stati Uniti d’Europa e le sue tendenze politiche, insieme a quello intitolato Politica marxista e politica federalista, fu pubblicato in A. S. e E. R., Problemi della federazione europea, pubblicato e curato da Eugenio Colorni nel 1944 (con ulteriori edizioni). I medesimi saggi sono stati poi riprodotti in A. Spinelli, Il progetto europeo, Bologna, 1985. Da segnalare una nota di Piero Graglia, in Unità europea e federalismo, da Giustizia e Libertà ad Altiero Spinelli, Bologna, 1996, p. 110, nella quale si ricorda che in un articolo di Ernesto Rossi, scritto in Svizzera nel giugno 1944, ai due saggi fu aggiunto un altro, Perdere per vincere. I tre saggi furono diffusi clandestinamente sotto forma di opuscoli.

Pagina modificata Thursday 23 October 2008