Il Commento

4. Gli Stati Uniti d’Europa e le varie tendenze politiche

Informazione - Presentazione - Testo

Il razzismo e l’unità europea

1) Per l’ingenuo europeo che, senza pensarci troppo, aveva creduto che la civiltà del secolo IXI fosse la forma, per così dire, naturale e spontanea in cui si esplica l’attività umana, l’apparire e il giganteggiare dell’atteggiamento razzista sembra press’a poco un cumulo di assurdità, di pazzie, di falsità. In realtà, il rispetto della reciproca libertà sulla base di un’eguaglianza giuridica è solo il risultato di un processo storico, nel quale si sono venute incanalando quelle che sono veramente le tendenze immediate dell’animo umano, indirizzandole verso scopi diversi da quelli che spontaneamente si volgerebbero. L’uomo civile è un prodotto complicato e fragile. I più grandiosi frutti della civiltà sono dovuti alla ferrea disciplina che questa impone al selvaggio animo umano. Ma quando gli uomini vengono a trovarsi di fronte a problemi la cui soluzione è di importanza vitale e di cui tuttavia non riescono a venire a capo per le resistenze che incontrano e per la mancanza di strumenti atti a risolverli in modi civili, quella disciplina si può spezzare e lasciar emergere le forze primordiali. Le quali tendono a risolvere le difficoltà colla violenta imposizione della loro volontà.

[…]

2) Attraverso un secolare processo la nostra civiltà aveva abolito legalmente il rapporto fra padrone e servo, e andava cercando le vie per abolirlo anche di fatto. Invece, in forme inaspettate, è di nuovo apparso prepotentemente dalle profondità. In altra occasione si potranno esaminare le vicende attraverso le quali questo atteggiamento è riemerso in questo o quel paese, affermandosi allo stato più puro in Germania. Qui ci basti accennare che non è stato causato, ma solo occasionato da motivi economici, accanto a parecchi altri.

Le grandi crisi del dopoguerra sono state fra le più grosse difficoltà contro cui si è infranta la disciplina sociale moderna, aprendo un varco alle tendenze atavistiche latenti nell’animo umano. Una volta scatenatosi ed affermatosi, questo atteggiamento di conquista diventa centro di impulsi e di azioni, che risolve secondo la sua intima natura i problemi di fronte ai quali si trova. Nella società moderna il rapporto tra signori e servi è realizzato in modo più coerente dal razzismo tedesco. Il mito razzista, per inconsistente che possa essere alla luce della conoscenza scientifica, rappresenta il criterio ideale con cui vengono fissate le gerarchie dei valori, e viene elaborata la divisione dell’umanità in caste. Tutte le energie politiche, sociali, economiche e culturali che la società era venuta sviluppando, sono trasformate in strumenti di dominio dei signori.

 

[…]

3) L’assurda anarchia dell’organizzazione internazionale europea è il terreno più propizio che sia possibile immaginare per l’esplicazione piena del razzismo. Esso è portato senz’altro a tentare di organizzare il continente e le sue appendici coloniali come campo di sfruttamento da parte della razza dominante. Le contraddizioni sorgenti dell’esistenza degli stati nazionali non esisterebbero in tal caso più, ma la loro soluzione sarebbe per tutta un’epoca quella dello sfruttamento e della colonizzazione militare di tutta l’Europa a vantaggio di una sola comunità nazionale. Assolutamente privo di importanza è lo stare a speculare sia intorno a quelle economiche.

 

[…]

La democrazia e l’unità europea

1) La più comune esperienza mostra che l’uomo, quando si trova implicato in una situazione che sconcerti le sue tradizionali abitudini e presenti aspetti nuovi, tende con estrema facilità a negare il nuovo problema, a ricondurlo al vecchio, a ricostruire gli antichi schemi di condotta, nei quali tutto si svolgeva in modo ragionevole, cioè riposante. La volontà che sembra tesa verso la creazione, è invece quasi sempre rivolta verso la restaurazione del già noto.

Non si può trattare con disprezzo questo atteggiamento, poiché è il fondamento della continuità nella vita dei singoli e dei gruppi. Non si potrebbe far nulla di serio, se si pretendesse di ricominciare ogni volta tutto da capo. Normalmente ci si appropria di una esperienza nuova riconducendola a motivi ed abiti già noti. Ma è un orientamento che diventa del tutto assurdo, ed è alimentato non più dalla ragionevolezza, ma dalla nostalgia, quando tende a perseguire fini e ad applicar mezzi i quali, per la loro natura e per le circostanze in cui possono ormai essere realizzati, conducono inevitabilmente alla rovina di quel che si vorrebbe veder consolidato. Per misurare perciò il valore positivo o negativo di questo orientamento, occorre esaminare la coerenza dei suoi fini e dei suoi mezzi.

Il modo più caratteristico in cui questo atteggiamento oggi si presenta nella vita politica, è quello della restaurazione democratica nazionale, che vorrebbe veder ristabiliti due principi fondamentali su cui poggiava e si era sviluppata la civiltà europea del secolo diciannovesimo, e che il corso degli avvenimenti ha fatto crollare: cioè il principio secondo cui ogni nazione ha il diritto di organizzarsi in uno stato sovrano assolutamente indipendente; e quello secondo cui l’uomo ha imparato ad essere più o meno rispettoso della personalità altrui nell’ambito delle leggi esistenti, ed esigere dagli altri lo stesso rispetto verso di sé, ed a svolgere così in modo libero e spontaneo la propria personalità, indisturbato per quanto concerne cioè sue esigenze individuali, o in volontaria collaborazione coi consistenti per quanto concerne le esigenze collettive.

2) Attribuiamo per un momento a questi restauratori il massimo di intelligenza e di fortuna nella loro eventuale opera. Poniamo che riescano dovunque a fondare nei vari stati istituzioni libere in cui sieno rispettati nel miglio modo possibile i sentimenti delle tradizionali nazionalità:; sieno ridotte a un livello insignificante le influenze sinistre di gruppi particolari, in modo che la legge possa veramente imperare eguale per tutti i porotezionismi e tutte le limitazioni migratorie fra paese e paese per gli armamenti; l’attività dello stato sia insomma rivolta non alla sopraffazione verso l’esterno, ma al perseguimento dei comuni interessi dei suoi cittadini.

In tale ipotesi sarebbe possibile una ripresa , per tutta un’epoca storica, della civiltà democratica nazionale, purificata anzi dalle gravi tare che ebbe nel passato. Si noti però che, in tutta questa sistemazione, il punto più debole è quello costituito dall’organizzazione internazionale. Mentre nel campo nazionale il restauratore intelligente capisce che è necessario non affidarsi semplicemente alla buona volontà dei cittadini, ma provvedere a stabilire un saldo corpo di leggi fornite di potere coercitivo onde affermare e indirizzare le singole attività, i rapporti fra i vari stati restano basati elusivamente sulla buona volontà pacifica di ciascuno di essi , nel presupposto di una completa coincidenza dell’interesse dei singoli stati con l’interesse della collettività degli stati stessi. Ma questo presupposto non è vero; è vero anzi il presupposto contrario. In assenza di proibizioni che rappresentino un danno per altri ed un vantaggio per sé. Perché in tale abuso accada, non è necessario supporre una particolare perversa volontà di sopraffazione; basta che uno stato pensi che suo dovere sia, non già di provvedere al benessere di tutti gli uomini, ma a quello dei suoi cittadini.

3) Lo stato nazionale è costruito appunto a questo scopo; esso è organicamente inadatto a vedere gli interessi di tutti gli uomini. Mille e una occasione si presenterebbero ad ogni istante, nelle quali l’interesse di particolari gruppi geografici sarebbe meglio favorito danneggiando anziché rispettando l’interesse di gli altri paesi. Nulla esisterebbe che potrebbe trattenere dall’imboccare questa strada. Ma una volta presa, diventerebbe pressoché impossibile trarsi fuori dall’ingranaggio che impone ad ogni stato di difendere gli interessi lesi dagli abusi altrui, ricorrendo infine alla forza per farli valere. Ricomincerebbe la militarizzazione, micidiale per qualsiasi sano regime di libertà; si ripeterebbe il ciclo già percorso due volte fra il 1870 e il 1914 e fra il 1918 e il 1938. La restaurazione democratica nazionale poggerebbe perciò, anche nella migliore delle ipotesi, su basi quanto mai precarie.

Ma abbiamo in realtà reso troppo facile il compito ai restauratori, attribuendo loro una intelligenza ed una fortuna che non si può ragionevolmente attendere. I dati effettivi tra cui i restauratori dovrebbero muoversi sono tali che lo slittamento verso il militarismo diventerebbe non solo molto probabile, ma possiamo dire, ineluttabile. In primo luogo non sono atti a prendere le necessarie misure per creare delle democrazie nazionali. Per procedere a questa opera dovrebbero saper utilizzare, ma non subire le pressioni particolari giungenti dal basso. Per loro natura, invece, sono portati a far proprie e ad esprimere le aspirazioni spontanee delle masse, cui fanno appello come sovrane.

[…] I democratici, desiderosi di rappresentare la volontà popolare, facilmente finirebbero per diventare, elle loro varie tendenze, strumenti di questo o quel gruppo particolare, mirante a conquistare le direzione dello stato e ad impegnarne la forza per far valere i propri particolari interessi. Ma qualsiasi esclusivismo, economico, sentimentale, o ideologico, disponendo dell’arma sfrenata dello stato sovrano, evocherebbe contromisure analoghe da parte di altri stati, avvelenando rapidamente l’atmosfera europea e generando di nuovo pericoli di guerra.

La mitologia democratica propende a credere che le guerre sieno dovute solo a pochi interessi di piccole minoranze, che le grandi masse sieno fondamentalmente pacifiche. Perciò, si pensa, quando i governi poggeranno su di esse, il pericolo delle guerre sarà praticamente eliminato. Si è affermato un tempo che le guerre erano causate dai particolari interessi dei re assoluti e che sarebbero scomparse dalla faccia della terra il giorno in cui in tutti i paesi i popoli avessero potuto far valere le loro pacifiche intenzioni. Si è invece visto che le democrazie, anche le più rispettose all’interno dei diritti dei loro cittadini, non trasportavano affatto queste loro virtù nei rapporti con l’estero, nei quali rimanevano egoiste, disposte alla esclusione e alla sopraffazione dei rivali. Anche in esse infatti, potevano benissimo farsi valere interessi particolaristici – talvolta dell’intero gruppo geografico, tal’altra di più ristretti gruppi, i quali finivano per proseguire la politica dei re assoluti. La rapidità con cui i nuovi stati sorti dalla rivoluzione francese e russa hanno ripreso in pieno la politica estera difensiva e offensiva dei rispettivi anciens régimes, appena mascherandole con le nuove parole, può essere istruttiva.

Non è infatti da credere che ci siano strati della popolazione sulla cui avversione alla guerra si possa contare come su una peculiare virtù. Pacifisti sono solo i deboli che sanno a priori di essere battuti, o di essere impiegati come strumenti dei fini non loro, e che deplorano, come si può ben comprendere, questo stato di cose. Coloro che dispongono della forza, se non c’è una legge superiore ad imporre una disciplina, sono sempre inclini ad adoperarla per difendersi, o per offendere. Perciò anche un popolo, una classe dirigente o un gruppo sociale qualsiasi, pacifista finchè non disponga del potere, sarà pronto, quando lo detenga, ad impiegarlo per acquistare o difendere un privilegio. E in questo atteggiamento sta la radice della bellicosità.

4)[…] Perciò il restauratore democratico può si sognare i più rosei quadri di masse liberate dalla tirannide, le quali commettendo magari qualche accidentale errore o atto terroristico di giusta vendetta, stabiliscano sovranamente di camminare dal momento della liberazione sulla via del progresso; ma, non appena passi dal sogno alla realtà, deve fare affidamento già preliminarmente su alcune salde istituzioni tradizionalmente riconosciute ed accettate dagli uomini, le quali possano costituire la prima necessaria cornice legale entro cui vengano ad esplicarsi le libertà popolari.

Il principale organismo che gli offre per poter svolgere questa funzione è lo stato nazionale. Ben lungi dal distruggerlo radicalmente, il restauratore che voglia fare una politica realistica deve cercare di salvare nei momenti critici tutto quel che sia possibile salvare dalla forza dello stato, deve sostenere tutti i pilastri nel momento che minacciano di crollare, se non vuol veder naufragare completamente il suo sogno. Ogni altra esigenza passa in seconda linea di fronte a questa. Tale è il motivo profondo per cui i democratici tedeschi e spagniuoli, per non citare che i due esempi più recenti, hanno proceduto con tanta cautela rispetto alle tradizionali istituzioni dei loro stati, lasciando intatti gli apparati essenziali, malgrado la loro proclamata avversione ad essi.

[…] La storia della repubblica di Weimar può essere presa come il caso tipico dei problemi in cui il restauratore democratico nazionale viene a trovarsi inestricabilmente impigliato. Per dare alla Germania una democrazia, i democratici hanno dovuto conservare i meccanismi dell’ordine: burocrazia, magistratura, quadri militari. E questi hanno poi inghiottito la democrazia.

Né bisogna, per ultimo, dimenticare che una restaurazione democratica nazionale significherebbe, data l’importanza politica ormai assunta da larghe masse popolari, una serie di estese misure nel senso di una maggiore eguaglianza economica. Ma questa implica un maggior numero di vincoli imposti dall’attività centrale all’attività dei singoli e dei gruppi, cioè una maggiore abitudine di disciplina nei popoli. Mentre dunque resterebbero in piedi tutti i motivi e le occasioni di attriti internazionali, mentre si sarebbe contribuito a salvare la stessa organizzazione cui gli europei attribuiscono tradizionalmente l’incontestato diritto di chiamarli a combattere e a morire, si svilupperebbero ulteriormente trasformazioni sociali che faciliterebbero enormemente una rapidissima totale militarizzazione dei vari paesi.

5)..L’assurdità della restaurazione democratica nazionale balza chiarissima agli occhi se si applicano tutte le precedenti considerazioni al concreto caso tedesco, che costituisce il problema centrale della vita europea. In Germania, la posizione geografica, le tradizioni storiche, gli interessi reali e immaginari dei singoli ceti e dell’intero popolo, la divinizzazione della potenza statale , la boria nazionale, l’esistenza di un’aristocrazia fondiaria e di un vasto ceto di ufficiali abituati al comando, le abitudini di ubbidienza di un popolo, spingerebbero irresistibilmente, in un sistema internazionale di stati sovrani, qualsiasi regime a far uso della guerra.

[…] Tutto quello che gli stati sovrani saprebbero fare in un momento di nausea per gli orrori della guerra, sarebbe una nuova SdN, cioè un’istituzione di unità solo simbolica, priva di qualsiasi forza effettiva, che non toglierebbe neppure un briciolo alla loro sovranità, ed in cui i rappresentanti delle potenze si riunirebbero a far mostra di pacifiche intenzioni, fino al momento in cui fosse di nuovo giunta l’occasione di battersi.

[…] È difficile rintracciare nella storia dell’umanità un altro periodo in cui abitudini civili siano state diffuse come nell’Europa del XIX secolo. La tragica agonia di quell’epoca ha pochi elementi casuali, e, quasi a controprova della sua ineluttabilità, la stessa generazione che ha visto la prima catastrofe, assiste ora al suo ripetersi. Non c’è proprio nulla di meglio da fare che prepararsi a ripercorrere ciecamente per una terza volta questo ciclo, accettando come un fato a cui non si possa cercar di sottrarsi? Non sarebbe meglio allora, a malgrado una inevitabile ricaduta nella barbarie, la soluzione razzista, la quale spezzerebbe comunque via queste assurdità?

L’analisi dell’orientamento restaurazionista ci ha dunque portati alla conclusione che, essendo prigioniero tanto del tabù dello stato nazionale sovrano quanto di quello della sovranità popolare, esso è divenuto intimamente contraddittorio ed è perciò assolutamente incapace di ispirare l’operosità occorrente e liberare l’umanità dagli errori in cui si dibatte.

 

Il comunismo e l’unità europea

1) […] Il più cospicuo orientamento consequenziario dei nostri giorni nel campo della politica è quello comunista, il quale risponde originariamente al fine delle classi operaie di liberarsi dalla miseria in cui si trovano e di aver così l’opportunità di godere dei frutti della civiltà, da gran parte dei quali sono escluse. Esso risponde perciò ad una esigenza che ha il suo naturale posto nella linea di sviluppo della nostra civiltà. Non è qui il luogo di occuparci dell’origine e degli sviluppi del comunismo nel suo complesso, né di chiederci se l’unilateralità con cui ha determinato il suo fine o lo persegue, tenda effettivamente a produrre il desiderato ampliamento della civiltà moderna. Ci interessa solo esaminare la sua posizione di fronte al problema dell’anarchia internazionale. Potrebbe sembrare che ci siamo qui infine imbattuti in uomini i quali abbiano intravisto la soluzione. I comunisti denunziano infatti da tempo in modo vigoroso l’imperialismo generatore di guerre, non sono legati a tabù nazionali, ed auspicano l’unione dei popoli. Se parò si esamina più da vicino questa loro propaganda, si scorge senza possibilità di equivoco che in realtà i comunisti, come i democratici, non hanno mai seriamente affrontato il problema dell’ordine internazionale, e sperano che si risolverà da solo.

[…] La prospettiva cobdenista, accettata in pieno da Marx, secondo la quale l’intensificazione dei traffici tra i popoli avrebbe abolito gli antagonismi nazionali, è risultata errata. È vero che grandi interessi capitalistici esistevano ed esistono tuttora, i quali sono favorevoli al libero scambio, ma lo sviluppo effettivo è stato un rafforzamento degli antagonismi nazionali, i quali hannodisturbato, rallentato, e quasi finito col distruggere i traffici economici. Questo contrasto fra la teoria e lo sviluppo generale storico ha portato i socialisti, e quindi i comunisti, a rivedere il loro presupposto cobdenista, ma non ha portato nessuna sostanziale alterazione nell’effettiva linea di condotta dei movimenti proletari.

Si è infatti stabilito, man mano che l’Europa cominciava a coprirsi di armamenti, che esisteva un nesso diverso tra capitalismo e imperialismo. Non è qui il luogo di criticare questa teoria che generalizza e dà vigore di legge assoluta a particolari casi di significato contingente, senza approfondirne l’analisi. Dobbiamo però osservare che di fronte al rilievo grandissimo dato in tutta la letteratura socialista al pericolo di una guerra e al posto crescente che nella propaganda prendeva il tema internazionalista, non ci sono opere effettive del proletariato organizzato che abbiano contribuito a creare istituzioni capaci di ridurre veramente il pericolo di guerra, mentre ci sono atti che hanno contribuito, sia pure involontariamente, a creare attriti che accentuano la tensione internazionale.

[…]

2) L’effettiva politica proletaria continuò a rimanere infatti, anche dopo questa correzione teorica, una politica di orizzonte nazionale, quantunque gli stati nazionali andassero diventando sempre più imperialisti. Ciò non si può attribuire semplicemente ad una casuale miopia dei socialisti, e tanto meno, come si è detto, talvolta, al loro “tradimento”. La restrizione nell’ambito nazionale è connaturata all’effettiva direzione dei partiti miranti all’instaurazione del collettivismo. Ogni misura collettivista significa infatti attribuzione della gestione di qualche settore economico al supremo potere politico. Cioè al potere cui gli uomini riconoscono il diritto di legiferare sulla loro condotta. Ora nell’Europa moderna il potere politico supremo è quello dello stato nazionale. Questo fatto segnava necessariamente i limiti della nazione. Sono esistiti tra i socialisti sempre forti dissensi circa la convenienza di far prendere allo stato una serie gradualmente progressiva di misure di collettivizzazione, in modo da dargli un carattere man mano più socialista, o la convenienza di una radicale trasformazione in questo senso da raggiungere per via rivoluzionaria.

[…] In un’economia collettivizzata, lo stato dispone delle risorse principali del paese e procede secondo piani. Perciò i necessari scambi internazionali e i necessari spostamenti di lavoratori non si potrebbero svolgere in modo spontaneo, ma in base a trattative e ad accordi fra le varie comunità socialiste. Siamo di fronte non ad un caso di concorrenza semplice in cui le ragioni di scambio fra le merci ed i salari sono determinate dal mercato in modo univoco. Il caso delle relazioni economiche tra comunità socialiste è invece del tipo che gli economisti hanno chiamato della concorrenza fra monopolidi. I rapporti di scambio sono indeterminati. Ogni comunità più ricca e meglio ordinata tenderebbe a rifiutarsi di ricevere l’immigrazione dai paesi più poveri e specialmente da quelli che non saprebbero darsi un ordine politico soddisfacente. In regime capitalistico le tensioni internazionali avvengono di solito per restrizioni poste ai traffici; in regimi di socialisti nazionali le tensioni avverrebbero ogni volta che sorgesse il bisogno di fare uno scambio fra comunità. I contrasti economici sarebbero moltiplicati all’infinito, trasformando in questione di politica internazionale ogni rapporto commerciale con l’estero, e generando odi fra paesi ricchi di materie prime e paesi scarsamente forniti, fra paesi sovrappopolati e paesi a scarsa densità demografica.

E non ci sarebbero solo i motivi economici a generare attriti. Si può supporre che gli stati comunisti, sorgendo da radicali sovvertimenti, vengano a trovarsi, almeno al principio, completamente scevri dal mistico spirito imperiale insito in tutte le istituzioni dello stato moderno. Ma la loro base sarebbe pur sempre la nazione, sia pure sbarazzata dai borghesi, e il compito supremo dello stato socialista resterebbe quello di provvedere all’interesse degli abitanti della nazione. Le differenze nazionali di cui da secoli è intessuta la vita europea, i contrasti per la delimitazione dei confini nelle zone di popolazione mista, il bisogno che ogni comunità nazionale sentirebbe di avere uno sbocco indipendente sul mare, etc, non scomparirebbero per il fatto che le varie comunità nazionali fossero diventate socialiste. A questi tradizionali motivi di attrito si aggiungerebbero i dissensi ideologici nuovi che potrebbero sorgere fra i governanti comunisti dei vari stati, e che non potrebbero più essere liquidati con la facilità cin cui ora la terza Internazionale modifica le centrali dei partiti comunisti. Non è facile immaginare una pacifica convivenza, poniamo, tra uno stato diretto da socialisti ed uno diretto da comunisti, o fra uno stato comunista staliniano e uno trozkista.

[…] Per riuscire a comprendere che la questione dell’ordine internazionale è connessa con i problemi dell’ordinamento economico-sociale in modo più completo di quanto essi non ritengano, quella cristallizzazione dovrebbe essere rotta. Problema centrale diverrebbe il problema di dar forza al nuovo ordine internazionale, faccenda che in gra parte non ha a che fare con l’esistenza o meno del capitalismo, ma riguarda istituti politici, giudiziari, amministrativi, militari da creare. Non dovrebbero appellarsi più solo ai sentimenti anticapitalistici, poiché tutte le forze libero-scambiste sarebbero favorevoli al nuovo ordine. Il problema delle collettivizzazioni da eseguire esisterebbe pur sempre. Ma come problema inquadrato fra gli altri necessari per un più vitale ordinamento della società europea, e non più come quello assolutamente preminente.Anche se in un più lontano futuro, quando la sovranità del nuovo stato federale fosse diventata una casa perfettamente naturale per tutti, come oggi lo è quella dello stato nazionale, si dovesse ripresentare il problema se affidare o no allo stato federale la gestione esclusiva di tutta l’economia, certo è che tale domanda non potrebbe essere effettivamente proposta per tutta un’epoca, nella quale il compito politico fondamentale sarebbe quello di consolidare la nuova più ampia sovranità.La fusione delle varie economie nazionali in un’unica economia europea non potrebbe essere seriamente affrontata pensando di sovrapporre una pianificazione federale ai vari collettivismi nazionali, perché ciò presumerebbe uno strapotente federale.Occorrerebbe invece lasciar via libera alle spontanee forze del commercio, e cioè occorrerebbe demolire gran parte dei collettivismi nazionali esistenti, ad uno dei quali i comunisti si sentono fondamentalmente legati e, quanto agli altri, hanno sempre pensato che bisognasse semplicemente spingerli ancor più innanzi in senso collettivista.

Sarebbero capaci i comunisti di eseguire una tale revisione di tutte le loro direttive? Si noti che non si tratta di fare una manovra tattica. Nel nostro caso ciò servirebbe a ben poco. Non si tratta infatti di far proseliti mediante una bandiera buona ed attirare gli ingenui, per procedere poi con le forze acquisite a realizzare il proprio programma di collettivizzazione ad oltranza appena riusciti ad acciuffare il potere. Si tratta di capire che proprio questo programma è inadeguato al fine dell’unità europea.

Sarà bene indicare anche che cosa implicherebbe una tale revisione per il paese in cui il comunismo ha il potere in mano. In Russia sviluppare il tema dell’unità europea significa far compiere al popolo russo un altro passo verso la sfera della civiltà europea, e rientra perciò nella secolare faticosa tendenza russa ad occidentalizzarsi. Ma significa anche la necessità di smontare buona parte del sistema economico creato, e degli interessi economici e politici che vi sono cristallizzati intorno. .

 4) ..Il collettivismo nazionale non è dunque un rimedio contro l’imperialismo. Il tema non è però esaurito, perché occorre tenere ancora presente che la tendenza al collettivismo non è , come credono i comunisti, una tendenza specifica del proletariato.

Il proletariato, come tutte le classi più povere, ha interesse a misure di collettivizzazioni giungenti solo fino al punto in cui si vengono a sopprimere privilegi, monopoli, ed in genere possibilità di sfruttare ad esclusivo vantaggio di singoli, e con danno della collettività. Ma, come qualsiasi altro ceto non parassitario, i proletari hanno interesse ad essere liberi di lavorare e produrre secondo la loro scelta, le loro capacità e a loro rischio.

La tendenza al collettivismo totale è invece profondamente inerente allo stato militarista. Uno stato, il cui fine più importante sia quello di preparasi alla guerra e di condurla, non può fare a meno di stender le mani su tutte le risorse umane e materiali di cui ha bisogno. È noto che Napoleone attuò molte statizzazioni, e molte di più ne progettò, non per rispondere agli interessi della borghesia, ma onde poter disporre di maggiori risorse per condurre la guerra. L’unica differenza fra i tempi di Napoleone e i nostri è che ormai la guerra non esige più solo l’impiego di una quota delle ricchezze degli uomini di un paese, ma praticamente l’utilizzazione al cento per cento delle risorse del paese in cui lo stato è sovrano; cioè spinge alla realizzazione di un radicale collettivismo. Gli esempi dell’altra guerra e di questa parlano da sé.

Se esaminiamo con occhio spregiudicato la storia successiva al 1918, vediamo che il comunismo ha sì vinto solo in un paese, ma che tanto in quello come in tutti gli latri in cui non è riuscito o è stato represso nel modo più duro, la nazionalizzazione ha fatto notevoli passi innanzi, servendo a facilitare e rafforzare sempre più le politiche militariste. Ma questa nazionalizzazione ha avuto ben poco a che fare (salvo che nelle varie spicciole propagande) coll’effettiva emancipazione delle classi lavoratrici. Anche in Russia, dove si è realizzata più che altrove secondo le vedute dei comunisti, poiché il socialismo è stato costruito da loro stessi, ha sì contribuito a far progredire un popolo arretratissimo, ma non tanto a farlo progredire nel senso di una elevazione delle classi lavoratrici, quanto in quello di una maggiore potenza militare. La perdita della libertà di movimento per gli operai e per i contadini, la crescente differenziazione fra il tenore di vita dei lavoratori e quello della burocrazia dirigente, la dura repressione di ogni libertà, far rimanere molto scettici circa il raggiungimento del primo scopo. L’energia mostrata nel tenere testa alla Germania mostra il conseguimento del secondo.

I motivi propagandistici su cui i comunisti fan leva per adunare forze sufficienti per dare l’assalto alla cittadella capitalistica, possono essere adoperati con altrettanta efficacia da coloro che vogliono sviluppare il collettivismo militarista, come hanno mostrati in modo quanto mai brillante i nazisti. Costoro possono inoltre, a differenza dei comunisti, raddoppiare l’efficacia della loro propaganda, aggiungendo ai motivi anticapitalistici quelli nazionali che risultano essere i più profondamente sentiti dal volgo moderno.

Ma se anche, nonostante la formidabile concorrenza della propaganda del collettivismo militarista, i comunisti potessero riuscire a vincere in tutta una serie di paesi e ad instaurare i collettivismi proletari, avrebbero lasciato assolutamente intatto tutto l’anarchico sistema degli stati nazionali coi loro “sacri egoismi” finendo con lo scivolare anche essi ineluttabilmente sul terreno del loro avversario, del collettivismo militarista.

 

La Federazione europea

1)[…] Volendo avviare un esame razionale del problema dell’ordine internazionale, occorrerà rispondere a questi tre principali quesiti:

a) quali sono gli ordinamenti necessari per eliminare la presente anarchia internazionale?

b) Vi sono nella società forze sufficienti profondamente interessate al mantenimento di questi ordinamenti?

c) Come è possibile sganciarle dalle vecchie tradizioni rivelatesi inadeguate e perniciose?

2) I mali dell’anarchia internazionale non provengono da altre cause estranee all’assenza di una legge internazionale, ma proprio da questa assenza. Per provvedere all’interesse comune, deve esistere un organismo apposito, capace di imporre la realizzazione di quell’interesse. Se questo organismo manca, se gli unici ordinamenti esistenti sono adeguati solo al raggiungimento di interessi particolari, allora, a meno che non si creda ad una provvidenza divina, evidentemente non è possibile evitare un corso delle cose in cui ciascuno provveda ai suoi particolari interessi, incurante del danno che infligge ad altri, in modo da dar luogo al sorgere di attriti e tensioni, che non possono essere infine risolte altro che mediante il ricorso alla forza.

L’eliminazione di questi mali non può perciò consistere in altro che nella formazione si istituzioni che elaborino ed impongano una legge internazionale, la quale impedisca il perseguimento di fini giovevoli solo ad una nazione, ma dannosi alle altre.

Questa soluzione appare lapalissiana, ogni volta che si tratti dell’ordine interno di una nazione; ma, non appena si tratta dell’ordine internazionale, agli uomini della nostra epoca nazionalista sembra strana, utopistica, violentatrice della più profonda ed immutabile natura umana, e ci si ingegna a formulare sofismi per esimersi dall’affrontarla. Allo stesso modo si comportarono un tempo rispetto alla formazione delle unità nazionali gli uomini dell’epoca feudale, ai quali naturale ed ovvio appariva solo l’ordine nell’ambito dei castelli, delle contee, dei comuni.

Quest’ordine internazionale può essere creato mediante un impero che riduca gli altri stati a suoi vassalli. La legge allora è quella imposta dallo stato dominante; la forza necessaria per imporre la legge è quella dello stato titolare dell’impero. È questo il metodo più primitivo, più di frequente realizzato nella storia umana, ed oggi assistiamo ad un tentativo in grande stile e condotto con grande coerenza per realizzarlo ancora una volta. Se lo si respinge, non è perché fa uso della violenza per stabilirsi, ma perché per tutta un’epoca sarebbe basato sulla violenza, sulla disuguaglianza dei popoli, sul loro sfruttamento da parte del dominatore, sull’esaltazione mistica dell’impero, sull’ulteriore tendenza al dominio universale, sul permanente suo carattere militarista. Ma quest’ordine po’ anche essere creato in modo più conforme alle nostre esigenze fondamentali, mediante un ordinamento federale, il quale, pur lasciando a ogni singolo stato la possibilità di sviluppare la sua vita nazionale nel modo che meglio si adatta al grado e alle peculiarità della sua civiltà, sottragga alla sovranità di tutti gli stati associati i mezzi con cui possono far valere i loro particolarismi egoistici, crei ed amministri un corpo di leggi internazionali al quale tutti egualmente debbano essere sottomessi.

I poteri di cui l’autorità federale deve disporre, sono quelli che garantiscono la fine definitiva delle politiche nazionali esclusiviste. Perciò la federazione deve avere l’esclusivo diritto di reclutare e di impiegare le forze armate (le quali dovrebbero avere anche il compito d tutela dell’ordine pubblico interno); di condurre la politica estera; di determinare i limiti amministrativi dei vari stati associati, in modo da soddisfare alle fondamentali esigenze nazionali e di sorvegliare a che non abbiano luogo soprusi sulle minoranze etniche; di provvedere alla totale abolizione delle barriere protezionistiche ed impedire che si ricostituiscano; di emettere una moneta unica federale, di assicurare la piena libertà di movimento di tutti i cittadini entro i confini della federazione; di amministrare tutte le colonie, cioè tutti i territori ancora incapaci di autonoma vita politica.

Per assolvere in modo efficace a questi compiti, la federazione deve disporre di una magistratura federale, di un apparato amministrativo indipendente da quello dei singoli stati, del diritto di riscuotere direttamente dai cittadini le imposte necessarie per il suo funzionamento, di organi di legislazione e di controllo fondati sulla partecipazione diretta dei cittadini e non su rappresentanze degli stati federali.

Questa, in iscorcio, è l’organizzazione che si può chiamare l’organizzazione degli Stati Uniti d’Europa, e che costituisce la premessa indispensabile per l’eliminazione del militarismo imperialista.

Data la preminenza che l’Europa ha tuttora nel mondo, come centro di irradiazione di civiltà, e dato che è stata sempre, con le sue lotte intestine, l’epicentro di tutti i conflitti internazionali, la definitiva sua pacificazione, nel quadro delle istituzioni federali, significherebbe il più grande passo innanzi verso la pacificazione mondiale, che possa essere fatto nelle attuali circostanze.

3)[…]Se diamo uno sguardo nel campo della cultura europea, vediamo che larghissimi strati intellettuali hanno una formazione spirituale determinata dalle attuali predominanti educazioni. Nella misura in cui presso costoro prevalgono considerazioni di ordine intellettuale, essi hanno una tendenza verso posizioni nazionalistiche, come lo ha mostrato la forte presa esercitata nel campo della media cultura delle ideologie sciovinistiche e razziste. Ma la cultura europea ha da molto tempo superato i gretti limiti nazionali, e la sua fioritura ha un carattere cosmopolitico. Lo stato più elevato della cultura europea è al di là di qualsiasi nazionalismo, ed è anzi condannato a isterilirsi e perire se l’Europa procederà ancora sulla via dei nazionalismi, poiché questo corso gli toglierebbe l’alimento del libero scambio mondiale delle idee, e gli impedirebbe di esercitare la sua naturale funzione di indicare agli stati meno colti le vie dell’elevazione spirituale. La Federazione europea sarebbe la garanzia del cosmopolitismo intellettuale, e della possibilità, per l’alta cultura, di esercitare la sua funzione di guida. In questo campo, la Federazione potrebbe perciò contare sul sostegno dell’elemento più alto e più fecondo, e sulla resistenza di larghi strati dell’elemento più mediocre, destinato a svanire quando non ci fosse più una voluta politica nazionalistica interessata a formare artificialmente atteggiamenti spirituali non più corrispondenti al grado effettivamente raggiunto dallo spirito.

Nel campo politico è da contare sull’ostilità, che non cesserebbe senz’altro con l’instaurazione dell’unità federale, di coloro la cui potenza è connessa immediatamente con l’esistenza degli stati nazionali, e che dalla riduzione dell’assoluta sovranità di questi vedrebbero abolito e sostanzialmente ridotto il loro potere; intendiamo parlare degli attuali governanti degli strati superiori degli apparati statali civili, e ancor più di quelli militari. Costituiscono costoro l’ostacolo più formidabile, poiché sono gli uomini che hanno maggiore esperienza del comando e incarnano la più forte tradizione del mondo europeo. Anche sbalzati dal potere, a lungo andare si sforzerebbero di arrestare, se non addirittura di distruggere, lo sviluppo del potere federale. Dietro a costoro troviamo gli strati parassitari o comunque privilegiati della società attuale. A rigore essi potrebbero mantenere la loro situazione in un ordinamento federale, quanto in uno stato nazionale; ma poiché una Federazione europea non è realizzabile che in occasione di una crisi rivoluzionaria e poggiando su forze rivoluzionarie, cioè fondendo la sua causa con quella indirizzata a colpire direttamente tutte le posizioni privilegiate, questi ceti (costituiti dai grandi proprietari fondiari, dai dirigenti delle aziende che andrebbero socializzate, dalle alte gerarchie ecclesiastiche, ecc.) sarebbero indotti a militare senz’altro nelle file molto più congeniali delle reazioni razionali.

[…]Interessate a sostenere l’unità europea sarebbero invece le correnti progressiste, non appena avessero scorto quale fondamentale garanzia costituisca per la loro efficace operosità. L’attuale sviluppo del militarismo e delle autarchie nazionali ha diretto verso improduttivi scopi bellici una enorme quantità di risorse; ha impedito la più fruttuose esplicazione di tutte le energie, ed ha spinto per vie aberranti, soffocato e paralizzato completamente, i movimenti, specialmente quelli delle classi lavoratrici, che non potevano acquietarsi nell’accettazione della struttura sociale esistente, ma miravano a modificarla in modo che soddisfacesse alle loro giuste esigenze.La Federazione europea riduce al minimo le spese militari, permettendo così l’impiego della quasi totalità delle risorse a scopi di elevazione del grado di civiltà. Con l’abolizione delle assurde barriere autarchiche permette un immenso sviluppo della produzione, creando così la necessaria premessa per una trasformazione sociale vitale, cioè fondata su un alto tenore di vita. Fa scomparire l’attuale necessità di permanenti regimi dispotici, lasciando libero il giuoco ai movimenti sociali di emancipazione.

[…]Concludendo questa rapida rassegna, possiamo dire che la Federazione europea non è solo un ordinamento utile in astratto, ma che vi sono nella società odierna, ed ancor più si accrescerebbero per l’avvenire, forze ed interessi sufficientemente ampi e solidi per mantenerlo in vita e farlo funzionare in modo efficace.

4) Resta ora da esaminare l’aspetto politico del problema. La Federazione europea può essere la più razionale soluzione del caos attuale. Possono esserci, una volta che essa sia sorta, fortissimi gruppi sociali interessati a mantenerla. Tutto ciò evidentemente non basta. La soluzione più razionale non riuscirebbe ad affermarsi, se non ci fossero forze che l’imponessero. Interessi fortissimi possono rimanere inefficienti, se si trovano presi in un ingranaggio che li indirizza in tutt’altro senso. È possibile che si presenti un’occasione in cui si riesca a mobilitare forze sufficienti per imporre quella soluzione? Se a questa domanda si potrà dare una risposta affermativa, è chiaro che chiunque abbia a cuore le sorti della civiltà europea dovrà mettersi a lavorare seriamente lungo questa linea, quali che possano essere le sue prospettive ultime circa le sorti dell’umanità. Se invece la risposta sarà negativa, tutta la precedente indagine risulterà inutile, e non ci sarebbe che da rassegnarsi ad una lotta vana, i cui frutti sarebbero invariabilmente intossicati, a trarsi da parte sdegnosamente se si vuole, ma comunque sterilmente. Difatti, la difficoltà maggiore insita nella soluzione federale, non è nel come farla funzionare efficacemente dopo sorta, ma nel come farla sorgere. L’idea della federazione si trova, salvo il caso della Svizzera, completamente al di fuori della tradizione europea. Da molti secoli gli europei si muovono lungo la linea della formazione di stati nazionali sovrani, e se talvolta è balenata la possibilità di superare questa linea, è stato sempre riattaccandosi all’ancor più antica tradizione romana; e questa o quella nazione più forte ha tentato di costruire un impero, che è semplicemente l’ultima logica conseguenza del principio nazionale. La forza maggiore di cui dispongono gli interessi antifederali è proprio questa tradizione nazionale.

[…]Tutti i paesi cominciano a rendersi conto che il problema per cui si combatte è un problema superiore a quello della potenza della propria nazione. Cadendo spezzata la potenza militare del nazismo, tutti i paesi europei si troverebbero contemporaneamente di fronte al problema superiore a quello della potenza della propria nazione. Cadendo spezzata la potenza militare del nazismo, tutti i paesi europei si troverebbero contemporaneamente di fronte al problema di dare un ordine al continente. La gravità delle sofferenze patite e del pericolo corso di generale asservimento, farebbe sentire in modo urgente questa necessità. Il problema dell’ordine internazionale sovrasterebbe su quello dell’ordine nazionale, in una misura quale alla fine dell’altra guerra non fu certamente sentito. Non ci si troverebbe dinanzi, solidi e componenti, gli stati nazionali sovrani ad affascinare l’attenzione di tutti. Sarebbe anzi profondamente impressa nell’animo di tutti, dei vinti, dei vincitori, dei liberati, la tragica impotenza di quegli idoli. La reazionarie tendenze nazionalistiche, camuffandosi a seconda delle passioni del momento, potranno cercare di aggiogare di nuovo al loro carro le passioni nazionali offese dalla recente oppressione; ma non potranno monopolizzare senz’altro a piacer loro. Un movimento politico federalista potrebbe far fallire il loro gioco, rivolgendosi anch’esso a quelle passioni e cercando di guidarle verso una soluzione che non ignori i sentimenti nazionali, ma dia anzi loro il modo di manifestarsi liberamente. Data la freschezza del ricordo della guerra, il tono del momento non sarà quello di un aggressivo nazionalismo, ma sarà il desiderio di non veder più oppressa la propria nazione, e di trovare un modo per vivere in pace con i vicini. La soluzione federale verrebbe incontro a questa aspirazione molto meglio della semplice restaurazione delle sovranità nazionali. La lotta sarebbe certamente dura ed occorrerebbero energia ed abilità per raggiungere lo scopo. Se si trattasse di creare uno stato unitario, i sentimenti nazionali sarebbero in blocco contrari e sarebbe difficile mobilitare forze sufficienti per venirne a capo. Ma per una soluzione federale occorrerebbe non già spezzare le passioni nazionali, bensì appoggiare largamente su di esse impedendo che si riformasse l’anello che le tiene ora legate alle forze nazionalistiche.

[…]L’idea federalista, essendo così posta all’ordine del giorno come quella che mirerebbe a risolvere il più urgente di tutti i problemi del dopoguerra, e toccando direttamente lo stato nazionale, cioè l’organo verso cui sono orientati tutti i movimenti tradizionali che mobilitano le masse, non potrebbe non esercitare una profonda azione di rinnovamento e di chiarificazione sulle aspirazioni democratiche e su quelle socialiste. Anche queste tendenze non si presenterebbero, come si presentarono alla fine dell’altra guerra, con quadri politici formati, con masse organizzate, abituate a seguire le loro direttive, in una parola con la forza di una tradizione consolidata. Mentre il desiderio di libertà sarà grandissimo, incertissime saranno le idee sul come realizzarla. Nelle menti di tutti sarà vivissimo il ricordo del marcio che si cela nelle democrazie nazionali, condannate ad essere un disperato connubio fra democrazia e militarismo. Vediamo già ora come questo movimento federalista avrebbe da raccogliere le forze vive anche in questo campo. Dovrebbe penetrare in mezzo alle imponenti ma organizzate masse, indicando l’unica via possibile per realizzare in modo permanente quell’aspirazione, ed impedendo così il loro ricadere in balia delle tradinali vie democratiche nazionali. Anche qui non si tratta di ignorare e contrastare l’esigenza della libertà, agitatesi nei cuori dei popoli, stanche dei dispotismi totalitari; non si tratta di andare in cerca di altre forze da opporre a questa, ma di sapere indirizzare le aspirazioni esistenti.

E se, infine, si prendono in considerazione le tendenze socialiste delle classi lavoratrici, si accorge che sono ben lungi dall’essere soddisfatte, e che nella crisi del dopoguerra si faranno sentire imperiosamente.Ma non si tratta più di passioni già inquadrate e dirette verso precisi scopi. Al contrario. I vecchi partiti proletari sono stati privati della tradizionale presa organizzativa sulle masse, e l’esperienza nel periodo che va dal 1918 ad oggi ha confuso tutte le loro idee, e li ha resi incertissimi circa il futuro cammino da percorrere.

[…] L’idea federalista, quantunque sia profondamente innovatrice, è fornita di una elasticità tale da permetterle di diventare rapidamente, in una situazione rivoluzionaria, il criterio di distinzione delle forze politiche e delle passioni esistenti, non contrapponendosi ad esse, ma impregnandole di sé e rendendole così immuni dalle fatali deficienze dei vecchi orientamenti. Basterà che a queste forze e passioni nazionali, democratiche, socialiste, profondamente disorientate, sappia con un’opera intelligente mostrare che, per l’adeguata risoluzione delle loro esigenze, condizione imprescindibile è la formazione dei pochi, semplici, facilmente comprensibili, solidi ed irrevocabili istituti federali. Non occorrerà preoccuparsi troppo dei singoli problemi nazionali. Con la creazione della federazione sarebbe infatti creato l’orientamento interno al quale le forze progressive verrebbero naturalmente coordinandosi e dal quale riceverebbero la loro ulteriore impronta.

5) Da quanto si è detto appare chiaro che le difficoltà maggiori da superare per riuscire, non è l’esistenza di vecchie tradizioni, perché queste si presenteranno rotte e disperse, o perlomeno incerte e disorganizzate. La difficoltà maggiore è nella formazione del movimento federalista. Senza di esso la straordinaria congiuntura delle condizioni favorevoli si dissolverebbe inutilizzata. Quel che si richiede agli attivi federalisti è molto più di quel che si richiede alle masse mobilitabili a valore delle esigenze di indipendenza nazionale, di libertà politica, di eguaglianza sociale, ama occorre anche che si immunizzino, mediante una seria autocritica, di tutti i feticci, nazionali, democratici, socialisti, cioè di tradizionali insufficienti modi con cui si è finora cercato di soddisfare quelle esigenze. Se avranno questa immunità saranno capaci difar presa sulle masse e guidarle verso obiettivi a cui esse sono già state inconsciamente predisposte da tutti gli eventi storico.

Se saranno invece prigionieri dei vari feticci e simboli correnti, saranno assolutamente incapaci di assolvere a quella funzione di direzione, e non avranno la spregiudicatezza e la fermezza necessarie per tenere unite le molteplici forze e per raffrenarle, quando nella loro unilateralità minacciassero di far mancare lo scopo; non saranno capaci di dare ordine al caos delle masse, ma ne saranno inghiottiti.

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Pagina modificata Thursday 23 October 2008